Journée Française ESABAC (8) : Voici un extrait de l'article de Pierluigi Pellini "La nascita dell’intellettuale moderno,Émile Zola nell’affaire Dreyfus" - "I Quaderni del Cairoli" (2011)

Publié le 10 Avril 2011

 

 

PELLINI

 

Pierluigi Pellini

(Università di Siena)

 La nascita dell’intellettuale moderno

Émile Zola nell’affaire Dreyfus

 

Il 23 febbraio del 1899 si celebrano a Parigi i funerali di Félix Faure, il presidente della Repubblica cui Zola si era rivolto, il 13 gennaio dell’anno precedente, con J’accuse. Faure, che si è sempre rifiutato di dare ascolto agli intellettuali dreyfusardi, è morto il 16, fra le braccia di una prostituta d’alto bordo (oggi, si direbbe “una escort”). Impietoso il necrologio di Clemenceau, sull’«Aurore»: «Non per questo c’è un uomo in meno in Francia». Il 18 è eletto al primo turno alla Presidenza della Repubblica Émile Loubet, un moderato con simpatie dreyfusarde. Ai funerali di Faure, appunto il 23, il più estremista fra gli intellettuali di destra, l’agitatore nazionalista Paul Déroulède, tenta di fomentare un colpo di stato militare – fallito per ingenuità e disorganizzazione, non per assenza di condizioni oggettivamente favorevoli. Un anno prima, sempre il 23 di febbraio, si era concluso il processo per diffamazione intentato a Émile Zola dalle gerarchie militari. I commentatori contemporanei sono concordi: se lo scrittore fosse stato assolto, non sarebbe uscito vivo dall’aula del tribunale. Il rischio di colpo di stato e di guerra civile è reale: un articolo giornalistico di uno scrittore famoso ha spaccato in due una Nazione.[1] Non era mai capitato prima; con ogni probabilità  non capiterà mai più: la storia difficilmente si ripete negli stessi termini (a parte le escort).

Per questo, conviene sgomberare il campo da una tendenza semplificatoria all’indistinzione: che ricorre nel discorso giornalistico, e spesso anche critico, sull’intellettuale; e riconduce a un unico comun denominatore di coraggio e compromissione con la realtà figure appartenenti a epoche storiche e contesti culturali alquanto distanti. Il philosophe illuminista (Voltaire nell’affaire Calas), il poeta-profeta romantico (l’impegno progressista di un Victor Hugo), l’intellettuale moderno nell’epoca della divisione del lavoro (Zola nell’affaire Dreyfus), gli scrittori militanti del pieno Novecento (organici a un partito, a una classe sociale, a un progetto politico; o quantomeno compagnons de route), gli intellettuali-interpreti della modernità liquida a noi contemporanea (per impiegare la terminologia di Zygmunt Bauman):[2] tutti andrebbero a disporsi, l’uno accanto all’altro, in un’ordinata galleria di ritratti, accomunati da una rassicurante aria di famiglia. Anche per questo, una tenace retorica denuncia, ormai da decenni, ricorsivamente, la crisi o perfino la scomparsa degli intellettuali: come se di intellettuale-tipo, nella storia della modernità, ce ne fosse stato uno solo, immodificabile e ormai estinto.

Se è vero, tuttavia, che J’accuse segna la nascita dell’intellettuale novecentesco, come sostiene una vulgata largamente accreditata dagli studi più autorevoli – ma anche su questo punto pare che il consenso non sia universale: Bauman riesce a scrivere un intero libro sulla storia degli intellettuali senza mai fare il nome di Zola –,[3] per riflettere sui modi e sulla stessa possibilità di un impegno sociale dello scrittore oggi, conviene precisare i tratti peculiari di un modello troppo spesso citato con scarsa cognizione di causa. E sgomberare innanzitutto il campo da un equivoco: l’autore dei Rougon-Macquart, nel corso della sua lunga carriera di giornalista e di romanziere, non ha mai indossato l’abito dell’intellettuale legislatore.

Anche nei suoi interventi teorici più inclini all’impegno civile, Zola assegna sempre alla letteratura il ruolo di svelare, di fronte all’opinione pubblica dei lettori, aspetti della realtà trascurati o ignorati dal discorso sociale dominante; non quello di suggerire un modello di società o concreti strumenti di intervento politico. La letteratura denuncia il male, non prescrive il rimedio: l’incombenza della cura è esplicitamente demandata ai politici di professione. Zola vive in un contesto storico in cui la divisione del lavoro (produttivo e intellettuale) è dato acquisito, irreversibile e – in buona logica positivista – serenamente accettato da tutti gli scrittori più significativi:[4] che non ambiscono al ruolo di consigliere del principe, come Voltaire; non sono depositari di un’idea di società, che l’azione politica dovrebbe incaricarsi di realizzare nel concreto, come gli idéologues di fine Settecento; non si fanno araldi di valori e rivendicazioni condivisi da un’intera Nazione, o quantomeno da un’intera classe sociale, come i poeti-profeti di epoca romantica, la cui «consacrazione» è stata studiata in un libro ormai classico di Paul Bénichou.[5] Lo scrittore del secondo Ottocento non ha mandato sociale: lo ha definitivamente perduto dopo il ’48 delle Rivoluzioni mancate, dopo il ’57 dei processi a Madame Bovary e alle Fleurs du mal.

E infatti, che piaccia o no, Zola ha sempre rivendicato con forza la «priorità delle lettere» sulla politica.[6] La prima battaglia pubblica in cui ha dato la misura delle sua vis polemica, a metà anni Sessanta, è quella contro la pittura accademica e a favore di Manet: una battaglia combattuta in nome dell’autonomia dell’arte da ogni condizionamento morale e normativo, da ogni intento pedagogico. Zola critico di Salon fa volentieri sfoggio di un provocatorio formalismo (contano la luce e i colori, null’altro); e elegge a testa di turco, accanto alla tradizione classicista, l’utilitarismo estetico di un Proudhon. Se lo Zola giornalista si guadagna da vivere scrivendo prevalentemente sui fogli dell’opposizione radicale, lo scrittore esibisce disinvolta estraneità rispetto agli imperativi dell’impegno civile – sempre sospetto di sterile idealismo romantico, di umanitarismo svenevole e melodrammatico; e volentieri lasciato, da tutti i giovani naturalisti, a «quel cretino rincitrullito del vecchio Hugo» (così Paul Alexis nel 1876).

Mi limito a ricordare due episodi. Nel 1868, per promuovere Madeleine Ferat, Zola non esita a strumentalizzare la stampa d’opposizione, pronta a fare di lui un «martire» della censura: «Ah, quei poveri democratici, come li ho fatti fessi!». Poco prima di scrivere L’Assommoir, ribadisce, in una lettera del 5 aprile 1875 a Édouard Béliard, pittore di simpatie proudhoniane, un distacco dall’attualità politico-sociale che oggi non esiteremmo a definire disimpegno: «L’idea di progresso personalmente non mi serve a niente. È pure possibile che il progresso esista, ma ce n’è un sacco di cose che esistono e di cui non me ne importa niente». Per amore di tesi, Zola calca un po’ la mano: nondimeno, c’è di che rivedere gli stereotipi sul romanziere positivista.

Il maestro di Zola è Flaubert, non Hugo: Pierre Bourdieu ha dimostrato in maniera a mio parere inconfutabile come l’impegno di Zola nell’affaire Dreyfus e la nascita dell’intellettuale moderno siano impensabili senza quel semisecolare processo che ha condotto all’autonoma strutturazione del “campo” letterario. Zola prende la parola «appoggiandosi all’autorità specifica conquistata contro la politica dagli scrittori e dagli artisti puri».[7] Fra le avanguardie del secondo Ottocento – naturalismo, simbolismo, art pour l’art – gli elementi di convergenza fanno aggio sui motivi di dissenso: «L’intellettuale si costituisce come tale intervenendo nel campo politico in nome dell’autonomia e dei valori specifici» dell’arte e della letteratura; afferma «l’irriducibilità dei valori di verità e di giustizia e, nello stesso tempo, l’indipendenza dei custodi di quei valori rispetto alle norme della politica».

Il modello di intellettuale che nasce con l’affaire Dreyfus ha dunque poco a che spartire con l’intellettuale legislatore teorizzato nel Settecento da philosophes e idéologues, e poi ripreso, sotto mutate vesti, dagli intellettuali organici del ventesimo secolo; e rinuncia completamente all’investitura profetica rivendicata dai vati romantici. D’altra parte, la difesa del capitano ebreo ingiustamente condannato non è, a rigore, la prima occasione in cui si assiste a una mobilitazione collettiva di scrittori e uomini di scienza. È, questo, un altro luogo comune spesso ripetuto:[8] al contrario del precedente, non è privo di qualche fondamento, perché solo dopo l’affaire, in concomitanza con l’accresciuto peso della stampa nella vita politica, gli intellettuali sono percepiti come un attore pubblico collettivo; ma necessita di varie precisazioni. (...)



[1] Sul ruolo di Zola nell’affaire Dreyfus, mi limito a citare i due contributi fondamentali: l’ultimo tomo della monumentale biografia di H. Mitterand, Zola, vol. III, L’Honneur, Fayard, Paris 2002; e l’importante monografia di A. Pagès, Émile Zola. De «J’accuse» au Panthéon, Lucien Souny, Saint-Paul 2008; in italiano, si può vedere la Cronologia di É. Zola, Romanzi, a cura di P. Pellini, «I Meridiani», vol. I, Mondadori, Milano 2010, pp. CXXVII-CXLVI; e la mia Introduzione, ibid., pp. XLIX-LIII.

[2] Cfr. Z. Bauman, La decadenza degli intellettuali. Da legislatori a interpreti [1987], Bollati Boringhieri, Torino 1992. Riprende e rielabora alcune tesi di Bauman un articolo di R. Ceserani, Intellettuali liquidi o in liquidazione?, in Postmodern “Impegno”. Ethics and Commitment in Contemporary Italian Culture, a cura di P. Antonello e F. Mussgnug, Lang, Berna 2009, pp. 33-47.

[3] Cfr. Bauman, La decadenza degli intellettuali cit. E una volta sola è citato Zola in un libro superficiale ma fortunato come M. Walzer, L’intellettuale militante. Critica sociale e impegno politico nel Novecento [1988], Il Mulino, Bologna 1991.

[4] Insiste giustamente su questo aspetto Bauman, fin dall’Introduzione del suo libro già citato: La decadenza degli intellettuali cit., pp. 11 sgg.

[5] P. Bénichou, La consacrazione dello scrittore. L’avvento delle spirito laico nella Francia moderna (1750-1830) [1973], Il Mulino, Bologna 1993; dello stesso studioso, cfr. anche Il tempo dei profeti. Dottrine dell’età romantica [1977], Il Mulino, Bologna 1997.

[6] É. Zola, Œuvres complètes, vol. XIV, Tchou («Cercle du Livre Précieux»), Paris 1970, p. 664: dove si afferma che solo le lettere «regnano eternamente. Esse sono l’assoluto, mentre la politica è il relativo».

[7] P. Bourdieu, Le regole dell’arte. Genesi e struttura del campo letterario [1992 e 1998], Il Saggiatore, Milano 2005, pp. 194-197 (di qui anche le successive citazioni).

[8] Cfr. per esempio il libro, alquanto modesto, di T. Goruppi, Intellettuali e potere nella Francia dell’Ottocento, Champion, Paris 1999.

Rédigé par memoiresdeprof.over-blog.com

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