Journée Française Esabac (3): Extraits de l'Assommoir d' Émile Zola, Romanzi I,Progetto editoriale, introduzione e note di Pierluigi Pellini; I MERIDIANI, A. Mondadori Editore, Milano (2010)

Publié le 4 Avril 2011

 

 

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Sui mucchi di sabbia, fra le panchine, i bambini stavano ancora giocando, nell’oscurità che si faceva più fitta. Il corteo continuava: adesso passavano le operaie, che cercavano di spicciarsi, camminando veloci, per recuperare il tempo perso davanti alle vetrine; una spilungona, ferma per strada, abbandonava la mano in quella di un ragazzo che l’aveva accompagnata fino a tre portoni di distanza da casa sua; altre, salutandosi, si davano appuntamento per la sera, al Grand Salon de la Folie o alla Boule Noire. In mezzo ai gruppi, rientravano anche gli operai a cottimo, con la sacca della mercanzia piegata sottobraccio. Un fumista, che trascinava, attaccato alle cinghie, un carretto pieno di calcinacci, per poco non si faceva tirare sotto da un omnibus. Intanto, nella folla meno numerosa si vedevano donne a capo scoperto che tornavano giù di corsa a far le compere per la cena, dopo avere acceso il fuoco; prendevano la gente a spintoni, si precipitavano dai fornai e dai salumai, e poi via subito, con i cartocci in mano. C’erano anche ragazzine di otto anni, mandate a fare la spesa, che si stringevano al petto certi pani da quattro libbre alti quanto loro, come se fossero dei bei bambolotti gialli; camminavano lungo le botteghe, poi rimanevano incantate per cinque minuti davanti a un cartellone pubblicitario, con la guancia appoggiata a quelle enormi pagnotte. Dopo un po’, il flusso della folla si esauriva, i gruppi si diradavano, il lavoro ormai era tornato a casa; e alla luce scintillante dei lampioni a gas, si risvegliava l’ozio, i piaceri cominciavano a prendersi la loro sorda rivincita.

Eh, sì! Gervaise aveva finito la sua giornata! Era più sfiancata di tutto quel popolo di lavoratori, che passando l’avevano sballottata. Poteva sdraiarsi lì e crepare, perché il lavoro non ne voleva più sapere, di lei, e insomma aveva sfacchinato abbastanza, nella sua esistenza, per poter dire: “Avanti, a chi tocca? Io ho già dato!”. Tutti quanti mangiavano, a quell’ora. Per lei era proprio finita: il sole aveva spento il moccolo, la notte sarebbe stata lunga. Santo cielo! potersi sdraiare comoda e non alzarsi mai più, pensare che gli attrezzi sono riposti per sempre e che ormai si può battere la fiacca, e starsene stravaccata per l’eternità! Ecco cosa ci vorrebbe, dopo essersi ammazzata di fatica per vent’anni! E Gervaise, con i crampi che le strizzavano lo stomaco, pensava suo malgrado ai giorni di festa, alle volte che, in vita sua, si era rimpinzata per bene e aveva fatto baldoria. Un giorno, soprattutto, che faceva un freddo cane, un giovedì di mezza quaresima, si era divertita un sacco. A quei tempi era veramente carina, bionda e fresca. Il lavatoio, in rue Neuve, l’aveva eletta regina, nonostante la sua gamba. Allora, erano andate a spasso sui boulevards, dentro ai carretti ornati di frasche verdi, con tutta quella bella gente che le lanciava certe occhiate... C’erano degli uomini che le puntavano addosso l’occhialetto, come per una vera regina. Poi, la sera, che sballo: si erano fatte una mangiata coi fiocchi e dopo, vai con le danze, erano andate avanti a dimenarsi fino all’alba. Regina, sì!, regina: con tanto di corona e di fascia, per ventiquattr’ore, due volte il giro delle lancette! E adesso, sfatta com’era, con la fame che la torturava, guardava a terra, come per cercare il canale di scolo dove si era persa la sua maestà decaduta.

Alzò di nuovo gli occhi. Si trovava di fronte al vecchio mattatoio, che lo stavano demolendo; attraverso la facciata sventrata si vedevano i cortili cupi, fetidi, ancora umidi di sangue. E dopo aver percorso di nuovo il boulevard in discesa, vide anche l’ospedale di Lariboisière, con quel gran muro grigio, e dietro, disposte a ventaglio, le diverse ali, tetre, traforate dai buchi regolari delle finestre; in quella muraglia, una porta terrorizzava tutto il quartiere: la porta dei morti, di legno solido, senza una fessura, severa e silenziosa come una pietra tombale. Allora, per scappare, proseguì ancora, scese fino al ponte sulla ferrovia. Gli alti parapetti di spessa lamiera imbullonata le impedivano di vedere i binari; riusciva a distinguere soltanto, contro lo sfondo illuminato di Parigi, la parte nuova della stazione, con la grande tettoia, nera per la polvere di carbone; e in quell’ampio spazio aperto sentiva i fischi delle locomotive, i movimenti secchi e ritmati delle piattaforme girevoli, tutto un lavorio colossale e nascosto. Passò un treno, diretto fuori Parigi: si avvicinò con il suo respiro affannoso e il rotolio cadenzato che si faceva sempre più rapido. Di questo treno, Gervaise vide soltanto un pennacchio bianco, uno sbuffo di fumo improvviso, che debordò dal parapetto e andò a perdersi in alto. Ma il ponte si era messo a tremare e lei era ancora scossa dall’urto di quella partenza a tutto vapore. Si voltò, come per seguire la locomotiva invisibile, il cui fragore andava a morire in lontananza. Da quella parte, indovinava la campagna, l’orizzonte aperto in fondo alla trincea della ferrovia, costeggiata a destra e a sinistra da caseggiati alti, isolati, costruiti a casaccio, che mostravano le facciate o i muri laterali, alcuni senza intonaco, altri con su dipinte gigantesche scritte pubblicitarie, tutti quanti ricoperti dalla patina giallastra che ci lasciava la fuliggine delle macchine a vapore. Oh! se solo avesse potuto partire, andarsene per di là, lontano da quelle catapecchie piene di miseria e di sofferenze! Magari avrebbe potuto ricominciare una vita nuova. Poi, si sorprese a leggere stupidamente i manifesti appiccicati sulla lamiera del parapetto. Ce n’erano di tutti i colori. Uno, piccolo, di un bell’azzurro, prometteva una ricompensa di cinquanta franchi per una cagnetta smarrita. Dovevano volerle un sacco bene, a quella bestia lì!

 

L’Assommoir, chapitre XII pp. 757- 760, in Émile Zola, ROMANZI, Volume primo. Progetto editoriale, introduzione e note di Pierluigi Pellini. Traduzioni di Giovanni Bugliolo, Paola Messori, Pierluigi Pellini. I MERIDIANI, A. Mondadori Editore, Milano (2010)

 

 

Émile Zola, L’Assommoir, chapitre XII

 

Sur les tas de sable, entre les bancs, des gamins jouaient encore, dans la nuit croissante. Le défilé continuait, les ouvrières passaient, trottant, se dépêchant, pour rattraper le temps perdu aux étalages; une grande, arrêtée, laissait sa main dans celle d'un garçon, qui l'accompagnait à trois portes de chez elle; d'autres, en se quittant, se donnaient des rendez-vous pour la nuit, au Grand Salon de la Folie ou à la Boule noire. Au milieu des groupes, des ouvriers à façon s'en retournaient, leurs toilettes pliées sous le bras. Un fumiste, attelé à des bricoles, tirant une voiture remplie de gravats, manquait de se faire écraser par un omnibus. Cependant, parmi la foule plus rare, couraient des femmes en cheveux, redescendues après avoir allumé le feu, et se hâtant pour le dîner; elles bousculaient le monde, se jetaient chez les boulangers et les charcutiers, repartaient sans traîner, avec des provisions dans les mains. Il y avait des petites filles de huit ans, envoyées en commission, qui s'en allaient le long des boutiques, serrant sur leur poitrine de grands pains de quatre livres aussi hauts qu'elles, pareils à de belles poupées jaunes, et qui s'oubliaient pendant des cinq minutes devant des images, la joue appuyée contre leurs grands pains. Puis, le flot s'épuisait, les groupes s'espaçaient, le travail était rentré; et, dans les flamboiements du gaz, après la journée finie, montait la sourde revanche des paresses et des noces qui s'éveillaient.

Ah! oui, Gervaise avait fini sa journée! Elle était plus éreintée que tout ce peuple de travailleurs, dont le passage venait de la secouer. Elle pouvait se coucher là et crever, car le travail ne voulait plus d'elle, et elle avait assez peiné dans son existence, pour dire: « A qui le tour? moi, j'en ai ma claque! » Tout le monde mangeait, à cette heure. C'était bien la fin, le soleil avait soufflé sa chandelle, la nuit serait longue. Mon Dieu! s'étendre à son aise et ne plus se relever, penser qu'on a remisé ses outils pour toujours et qu'on fera la vache éternellement! Voilà qui est bon, après s'être esquintée pendant vingt ans! Et Gervaise, dans les crampes qui lui tordaient l'estomac, pensait malgré elle aux jours de fête, aux gueuletons et aux rigolades de sa vie. Une fois surtout, par un froid de chien, un jeudi de la mi-carême, elle avait joliment nocé. Elle était bien gentille, blonde et fraîche, en ce temps-là. Son lavoir, rue Neuve, l'avait nommée reine, malgré sa jambe. Alors, on s'était baladé sur les boulevards, dans des chars ornés de verdure, au milieu du beau monde qui la reluquait joliment. Des messieurs mettaient leurs lorgnons comme pour une vraie reine. Puis, le soir, on avait fichu un balthazar à tout casser, et jusqu'au jour on avait joué des guiboles. Reine, oui, reine! avec une couronne et une écharpe, pendant vingt-quatre heures, deux fois le tour du cadran! Et, alourdie, dans les tortures de sa faim, elle regardait par terre, comme si elle eût cherché le ruisseau où elle avait laissé choir sa majesté tombée.

Elle leva de nouveau les yeux. Elle se trouvait en face des abattoirs qu'on démolissait; la façade éventrée montrait des cours sombres, puantes, encore humides de sang. Et, lorsqu'elle eut redescendu le boulevard, elle vit aussi l'hôpital de Lariboisière, avec son grand mur gris, au-dessus duquel se dépliaient en éventail les ailes mornes, percées de fenêtres régulières; une porte, dans la muraille, terrifiait le quartier, la porte des morts, dont le chêne solide, sans une fissure, avait la sévérité et le silence d'une pierre tombale. Alors, pour s'échapper, elle poussa plus loin, elle descendit jusqu'au pont du chemin de fer. Les hauts parapets de forte tôle boulonnée lui masquaient la voie; elle distinguait seulement, sur l'horizon lumineux de Paris, l'angle élargi de la gare, une vaste toiture, noire de la poussière du charbon; elle entendait, dans ce vaste espace clair, des sifflets de locomotives, les secousses rythmées des plaques tournantes, toute une activité colossale et cachée. Puis, un train passa, sortant de Paris, arrivant avec l'essoufflement de son baleine et son roulement peu à peu enflé. Et elle n'aperçut de ce train qu'un panache blanc, une brusque bouffée qui déborda du parapet et se perdit. Mais le pont avait tremblé, elle-même restait dans le branle de ce départ à toute vapeur. Elle se tourna, comme pour suivre la locomotive invisible, dont le grondement se mourait. De ce côté, elle devinait la campagne, le ciel libre, au fond d'une trouée, avec de hautes maisons à droite et à gauche, isolées, plantées sans ordre, présentant des façades, des murs non crépis, des murs peints de réclames géantes, salis de la même teinte jaunâtre par la suie des machines. Oh! si elle avait pu partir ainsi, s'en aller là-bas, en dehors de ces maisons de misère et de souffrance! Peut-être aurait-elle recommencé à vivre. Puis, elle se retourna lisant stupidement les affiches collées contre la tôle. Il y en avait de toutes les couleurs. Une, petite, d'un joli bleu, promettait cinquante francs de récompense pour une chienne perdue. Voilà une bête qui avait dû être aimée!

 

Émile Zola, L’Assommoir, chapitre XII pp .461-463, ED.  LE LIVRE DE POCHE, Paris (1968)

 

 

CORRIERE DELLA SERA

http://archiviostorico.corriere.it/2010/maggio/04/ZOLA_ARTISTA_DELLA_FICTION_co_9_100504089.shtml

 

L'INDICE

 

http://www.lindiceonline.com/index.php?option=com_content&view=article&id=313:zola-ceserani-bertini&catid=36:il-libro-del-mese&Itemid=55

 

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